- A Mattè, che dici se metto il racconto sul blog?
- Ma sì...e il racconto per la festa dell'8 Marzo me lo mandi?
http://www.giulioperroneditore.it/news/l_instant_anthology_dell_otto_marzo_2007
- Sinceramente, dopo San Valentino anche l'8 Marzo...nun è che 'ste donne se monteranno la testa?
,,, Un racconto può anche nascere dai commenti (con pretesa di pensieri) lasciati in quel blog che te li ha ispirati.
(da LA CARICA DEGLI EX
Come liberarsene, farli fuori o sposarli
Giulio Perrone Editore)
Lettera d’amore ad un piede
A letto.
Il buio della stanza fa il paio con il buio oltre la finestra.
E’ piacere di cuscino. E’ piacere di silenzio.
Nel proprio piccolo spazio infinito con il resto lontano.
Piede trova piede.
Il fluido come sempre arriva e il fluido come sempre risponde al richiamo.
Nel piccolo spazio infinito con il resto lontano.
Il piede trovato è un piede a prescindere, che è lì che aspetta, a dimostrare tutto e il contrario di tutto.
Anche se tutto il resto è Ex.
Perché non si diventa Ex all’improvviso, ma un poco alla volta, piano piano.
Un capello, poi un dito, poi un braccio, poi, fatalmente, gli occhi, le orecchie, poi, inesorabilmente, la bocca e così, pezzo dopo pezzo, addio.
Un po’ alla volta, maltempo, strade sconnesse, usura, incidenti, disattenzioni, mancate riparazioni hanno disperso tutto di lei…tutto… tranne un piede.
Una bambina sui tetti guarda il cielo e il vento non lo vede ma lo sente.
La bambina che è in ogni donna, a cui devi far vedere il vento.
Altrimenti, Ex. Un poco alla volta Ex.
Anche se non è facile, anche se sembra impossibile, anche se ti prende la voglia di buttarla giù dai tetti la bambina. Altro che farle vedere il vento.
Intanto, però, comunque il piede.
Per saper farlo vedere il vento, occorre conoscerlo bene.
Devi aver fatto attraversate transoceaniche. Devi essere inaffondabile navigatore solitario. Per tutto il tempo che serve, armato solo di te. Per dominarlo e assimilarlo il vento.
Devi saper esser single, un “vero” single.
Quanto più è il tempo con la stessa donna, tanto più, anno dopo anno, inevitabili attraversate in solitaria accrescono capacità d’essere single, indispensabile per raggiungere porti insperati, sempre che ne valga l’impresa.
Sempre che ne valga il piede.
Spero tu mi stia comprendendo, piede.
Ne vale la pena?
Perché "ne vale la pena?" è domanda bella e giusta fino a che non trasfigura in "ne è valsa la pena?", che è domanda con sapore di inutilità.
Non sarà forse il caso che la bambina, ogni tanto almeno, scenda dai tetti e si faccia trovare, molto meno poeticamente, ma molto più comodamente a portata di ovvio?
Sei cosciente che conoscere il vento presuppone la piena conoscenza di se stesso? Che far conoscere il vento presuppone la piena conoscenza dei nascondigli in cui si sottrae la bambina? Impensati nascondigli celati a sfida.
Che conoscere significa arrivare sul fondo?
Che ti devo dire, piede?
E’ una questione di apnea.
Noi sappiamo guardarci dentro, ma non
sempre il fiato è per tutta l’immersione,
per tutta la profondità.
E quando il fiato viene meno, paura o prudenza, scegli tu, rendono irraggiungibile il tuo fondo, impediscono di scoprire completamente il mondo che c’è in ognuno di noi.
Allora su a respirare, per il tempo che serve, e a rituffarsi per più fortunata immersione. Per almeno guadagnare qualche metro, per superare il proprio record, per almeno intravederlo il fondo.
Spero tu capisca che non è una passeggiata, piede.
E dunque, navigatore solitario, speleologo, subacqueo esploratore di abissi, che serve di più?
Filosofo?
E’ da domandarsi perché tutto il resto è diventato Ex o perché tu sei ancora qui, cocciutissimo piede?
E perché proprio tu, piede? Di tutto il resto perché proprio tu?
Che pensi di ottenere, che vuoi significare?
Non di solo piede vive l’uomo.
Possibile che non te ne renda conto?
Cosa aspetti?
Vuoi un ultimatum?
Eppure mi conosci. Caspita se mi conosci.
Ti devo rinfrescare la memoria, piede?
Devo proprio ripeterti qual è la stazione, qual è l’orario del treno?
Qual è il treno?
Senza soluzione di tempo, dai vent'anni ad oggi, ho cantato e steccato, alternando il mio canto libero a recite di quotidiano, con vittorie e sconfitte ma senza melanconie o rimpianti che non fossero semplice consapevolezza di errori. Sempre con la stessa voglia, a volte fiaccata dal contingente, ma inaffondabile, tante volte riemersa per quante volte è andata a fondo. E così come me tutti di quella generazione che dalla legge dei padri è passata alla legge dei figli cambiando il mondo senza riuscire a scrivere un comma che sia rimasto in vigore.
Chissenefrega. La chitarra che non ho mai lasciato a casa è pronta a coprire la stecca, ammenochè non mi convenga la stecca per procurar il sorriso di chi non attendeva altro che poter sorridere.
…
Ecco.
Devo dire di più?
Vuoi dirmi qualcosa?
…
“Non devi dire niente, non voglio dire niente, voglio solo continuare a camminare insieme a te”.
…
(Del resto cosa poteva rispondermi un piede qualora non avesse optato per la scelta di prendermi a calci?)







