giovedì, 19 aprile 2007

A Piazza Perin del Vaga, al civico n. 4, nel cortile interno di un vecchio condominio romano dove il tempo sembra essersi fermato, l’associazione culturale LAVATOIO CONTUMACIALE ha ospitato la presentazione di A.A.A. CERCASI, antologia sul tema degli annunci della Giulio Perrone Editore per le penne di quelli del secondo corso di scrittura creativa e qualcuno in più, tra cui io.

Quelli del secondo corso sono per lo più quelle del secondo corso e, vi assicuro, meritano di essere lette. Hanno ottimi annunci. E poi ora c’è il corso di scrittura avanzato.

 

 

 

 

 Questo piccolo grande amaro

(Biglietti, numero due, concerto Claudio Baglioni, vendo)

 

 

 

Quella sua maglietta fina

 tanto stretta al punto che

 mi immaginavo tutto

 

E fosse solo la maglietta fina!

Ma dei jeans a vita bassa ne vogliamo parlare?

Tanto bassa al punto che…

…al punto, al punto… a quel punto giusto che…

…e che dovevo immaginare di più?

 

e quell’aria da bambina

che non gliel’ho detto mai

ma io ci andavo matto

 

Mi ha fregato in pieno quell’aria da bambina.

Alla faccia dell’aria da bambina, della bambina che mi ha lasciato senz’aria.

Così dolce, così carina, m’ha detto fine con un sms, la bambina.

 

ed io non ho mai capito niente

visto che oramai non me la levo dalla mente

 

I due biglietti per il concerto sono sul tavolo, accanto al manuale di Diritto Privato, illuminati bene, risaltati bene dalla lampada.

Li guardo, li fisso, mi ci appendo, ci sprofondo.

Il divano mi è amico e consente che la forza sia solo negli occhi.

Fuori pioviccica. Diluviasse, a fotterlo questo dannatissimo concerto! 

 

quella camminata strana

pure in mezzo a chissàche l’avrei riconosciuta

 

Il cellulare smusichetta.

“Sì?”

“Sei tu che vendi i biglietti del concerto di Baglioni?”

“Sì.”

“Perché?”

”Come perché?”

“Sì perché?”

Che tipa unica! Non la vedo, ma la colgo, connotata e dipinta da parola e colore di parola.

Insiste “Sì, perché li vuoi vendere?”

Ci casco, essendo al vuoto di reazione.

“Non ci vado più…”, esito, “…così…non ci vado più” ripeto.

“A me ne servirebbe uno” precisa, “a quanto me lo metti?”

“Sinceramente pensavo di rifarci i soldi spesi, ma dato che il concerto è questa sera e biglietti sono ancora qui…fai tu”.

Basta un sms a cancellare un concerto, a fare reset.

A lasciarti in inerte stand by.

Riformattarsi. Spegni. Riavvia. Dovrei.

“Perché non ci vai più?” non molla.

Sparo “Perché mi hanno spostato a domani l’esame di Diritto Privato”, mentendo senza troppa convinzione.

“E duro Privato, vero? Io faccio Sociologia”.

Ho veramente zero di risposta.

“Non ti dispiace perdere il concerto?”

Cerco e non trovo nulla che si sciolga dall’amaro.

“Un poco” rispondo patetico.

Un poco.

Ma quant’è tanto un poco?

Un poco è tanto quanto basta.

Un poco è la gomma bucata che ti lascia per strada, ovviamente senza ruota di scorta.

Un poco sono i cinque minuti dopo le 17, quando il treno è partito alle 17.

Un poco sono le nove pagine non lette del libro, prima di perderlo.

Un poco è un sms che dice fine.

Tanto quanto basta, un poco, e ti senti veramente…poco.

“A me Baglioni non è che mi faccia impazzire” mi richiama “però certe sue canzoni sono proprio da vivere”.

“E’ vero…” rispondo tanto per dire una cosa.

“Sei sicuro di voler rinunciare al concerto?”

Fuori, intanto, ha smesso di piovere.

“Lo sai no, che non si dovrebbe studiare la sera prima dell’esame?”

“Forse, ma ho grossa confusione sui Diritti Soggettivi”, che, poi, è davvero così.

“Io mi sono imbucata all’ultimo in un gruppo di amici, vieni anche tu”.

“No grazie, non me la sento…non me la sento proprio…”

“A proposito, come ti chiami?”

Le dico il mio nome.

“Come il mio ex ragazzo” fa una risatina.

Per risposta fingo un sorriso come se mi stesse vedendo.

“Eddai, vieni anche tu, così mi eviti di arrivare da te per prendere il biglietto”

Guardo i biglietti sul tavolo e mi appaiono più pesanti del manuale di Diritto Privato.

“Magari un’altra volta” accenno “ma questa sera non mi è possibile”.

“Ultimo tentativo!” fa come se stesse calando l’asso “Se vieni, ti presto il mio amuleto portafortuna personale e così sicuramente l’esame ti andrà bene” e, rafforzando convinzione, suggella con un “Puoi esserne certo” permeato di soddisfazione.

Non rispondo.

Aspetto che risuoni il suo inevitabile “Allora?” e quasi sogghigno “Non credo alla fortuna, soprattutto in questo periodo”.

Sento che prende fiato.

“Posso dirti una cosa?” sospira “Sei una frana”.

Sì, proprio come Lei che

 

mi diceva “sei una frana”

ma io questa cosa qui mica l’ho mai creduta

 

 

 

 

 

 

postato da: famoHPsse alle ore 23:42 | Permalink | commenti (23)
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venerdì, 06 aprile 2007

 

 

 

Giochi finiti e giochi infiniti

 

                

 

 

     Roxy River non è nato sedici anni fa: era immanente.

     Quel campo di calcetto accanto al fiume “ha” ogni lunedì sera la sfida infinita del “tutti contro tutti”: “esistono giochi finiti e giochi infiniti. Un gioco finito si gioca per vincerlo, un gioco infinito per continuare il gioco”(James P. Carse).

     Quindi: classifica individuale, squadre composte a rotazione e coppa finale, per ogni lunedì, dal primo di settembre al primo di agosto.

     Nelle diversità, la comune innata voglia di cazzeggio ci compatta in gruppo, che fatalmente si trova ed è.

      Roxy come Roxy Bar: luogo per incontrarsi, per sapersi, per parlarsi, il più solo con gli occhi. (I Magnifici Sette è certamente il più bel film della storia del cinema).

     River come il vicino fiume che scorre. Panta O’ Rey: tutti Pelè.

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                    Dedicato a tutti quelli che sopravvivono a se stessi.

http://www.geocities.com/Colosseum/Stadium/4852/classificone.html

 

 

come, ad esempio:

 

 

Guido Senia è il capitano naturale del Roxy River per riconosciuto carisma: sempre presente, amico equidistante di tutti, di calma templare e corretto, nonché dotato dell’arte di convincimento nel reclamare l’assegnazione di falli, acquisita ed affinata in anni ed anni dedicati alla vendita d’auto d’epoca e fuoriserie.

E’, inoltre, punto di riferimento anche per ruolo, essendo centrocampista di regia pur se atipica.

Grazie a superiore visione di gioco e senso dello smarcamento è predatore degli spazi liberi, da dove, per soccorrere compagno o per impostare azione, chiama palla che addomestica con decisa naturalezza.

Dirige la squadra senza catalizzarla, ma con presenze determinanti e focali, che indirizzano l’azione seconda ovvia proficuità.

Ha nel suo repertorio tiro da lontano con effetto planante affatto scontato e frequente colpo di tacco al volo con cui sfancula palla che sopraggiunga inopportuna e intrusa.

In Lui ritrovo Socrates per modo autorevole di stare in campo e per aristocrazia di gesto atletico, anche se non è assecondato da struttura fisica certo più prossima a quella di un Toninho Cerezo.

 

Edoardo Calenda, esperto qualificato in radioprotezioni, è napoletano esistenziale.

Severo con se stesso, non concede indulgenze neanche agli altri, avendo misura unica per valori assoluti ed euclidei.

Neofobico, in quanto cultore massimo del senso armonico conquistato sulla perfezione delle equidistanze e delle assonanze a lungo collaudate: quindi Edo, non solo per diminutivo.

Edoardo così è, così gioca a pallone: play-maker mai scomposto, suggeritore costante delle direzioni, attento metronomo dei tempi, alla perenne ricerca del Bello perché Giusto.

Edoardo non ha visione di gioco: è visione di gioco.

Inoltre difende palla come pochi, avendo baricentro ultrabasso (sotto il livello del mare) e piedi pinguinescamente seminascosti.

Ha andatura cadenzata e riflessiva, che gli anni hanno reso ancor più meditata, ma aperture repentine ed illuminanti.

Un po’ Prohaska, un po’ Ardiles, è mediano di regia che ama proporsi per fasce laterali, con suggestioni di valzer e tango: con eleganza, senza invadenze, ma con peso specifico fondamentale.

 

Il Professor Domenico Mariotti, Ricercatore Capo del CNR, è detto Dummì.

Umbro del nord, ha portamento nobile da baronetto inglese, fortunatamente però, caratterizzato dalle sue origini.

La giusta via di mezzo tra Bobby Charlton e Nobby Stiles, con tanto di riporto negato al vento da consona bandana.

Tra i pedatori del Roxy River è il calciatore più vero, anche per i concreti trascorsi.

E’ centrocampista di classe asciutta ed essenziale. Controlla palla senza preferenza di piede, ma ha nel sinistro il miglior colpo: micidiale tiro secco dalla media distanza di estrema pulizia e precisione.

Da ex attaccante è portato a sfruttare l’eccellente visione di gioco più che in regia, nell’ottima scelta di tempo degli inserimenti, finalizzati a piazzar botta o a richiamare il difensore avversario per liberar compagno.

Apparentemente freddo, somatizza la grinta crescente di chi non ci sta a perdere.

Alterna allora raptus agonistici a pause di ossigenazione con imprevedibile frequenza.

E’, per me, ala sinistra atipica alla Rivelino: di fatto centrocampista di sinistra deputato a equilibrare il gioco dei compagni di reparto e a risolvere la partita quando si fa rognosa.

 

Poeta metropolitano, Pietro Giliberti, lavora (anzi lavorava) in Telecom per non voluto mantenimento dell’incognito.

Ha scritto canzoni bellissime, che sono rimaste tali anche dopo che le ha cantate.

Realista di sinistra, ha radicata convinzione nonostante consapevoli disillusioni.

Gioca terzino-stopper, preferibilmente sulla seconda punta avversaria.

Ossuto e dinoccolato ha arrivi di gambe inaspettati, soprattutto in anticipo.

Ha piedi sbrigativi, comunque corretti e presenzialisti.

Mantiene la posizione, rinfrancando di ciò l’intera difesa e quindi, tutta la squadra.

E’, così, elemento di sicuro affidamento, preposto a dare solidità oltre le effettive apparenze.

Realista a tutto campo, sa leggere la partita: la vive pur anche con radicata convinzione nonostante consapevoli disillusioni.

Mi ricorda Peccennini, silenzioso e non troppo celebrato difensore, insieme a Batistoni, di una delle più operaie e meno perforate difese della storia della Roma.

Le sue rare sortite in avanti, ad andatura ondeggiante, soffocate per intelligenza, sono sempre motivate e hanno spessore di serietà; anche perché certi sono i suoi rientri, poco importa se a volte Chaplinescamente melanconici.

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Chiunque sia sopravvissuto alla lettura di quanto precede, può tranquillamente essere considerato uno dei nostri e può fiduciosamente sperare di riuscire a sopravvivere anche a se stesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: famoHPsse alle ore 18:54 | Permalink | commenti (25)
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