domenica, 29 luglio 2007

Feist - THE PARK

 

THE PARK

 

Why would he come / back through the park
You thought that you saw him, / but no you did not
It's not him coming / across the sea to surprise you
Not him who would know where / in London to find you

Sadness so real / that it populates
The city and leaves / you homeless again
Steam from a cup / and snow on the path
The seasons have changed / from the present to past

The past...
There's hope to have
In the past...

Why would he come / back through the park
You thought that you saw him, / but no you did not
Who can be sure of / anything through
The distance that keeps you / from knowing truth

Why would he think, / the boy could become
The man who could make you / sure he was the one
The one...

My one...
My one...

 

(cover)                                                              SENZA SAPERE CHI SEI

 

è giusta per la mia terrazza / e per stasera

questa canzone amara / così sincera

in questa notte / piena di niente

in questa lunga notte / piena di te

 

le note della chitarra / sono pensieri

lasciati al vento / che vanno via

l’eco dei grilli / è il loro addio

nel buio vanno a cadere / nel buio di te

 

Chi sei…

Senza sapere chi sei

Chi sei…

 

è giusta per la mia terrazza / e per stasera

questa canzone amara / così sincera

in questa notte / piena di tutto

in questa lunga notte / senza perché

 

Senza sapere chi sei / Senza sapere chi sei

io scrivo la mia vita / e la mia vita scrive me

Chi sei…

 

Chi sei…

Chi sei…

 

http://www.giulioperroneditore.it/one_white_night_una_notte_bianca

postato da: famoHPsse alle ore 00:35 | Permalink | commenti (71)
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venerdì, 06 luglio 2007

 

Henny Angelica mi ha promesso che scriveremo insieme, ma ora è troppo occupata nell’accumulare contenuti.

Allora riprendo quel suo racconto per dedicarlo a chi, come lei, sa che significa vivere

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Appollaiati sul balcone

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http://www.giulioperroneditore.it/collane/lantologica/appollaiati_sul_balcone

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E’ così bello contemplare il cielo dal balcone. Ti senti bene.

Sei lì seduto, a gambe incrociate. Magari con la schiena appoggiata sul muro, come quando poi ti rialzi, e ritrovi tutti i vestiti macchiati della polvere bianca del cemento.

Guardi verso il basso. Guardi dall’alto, se vuoi guardi anche più in alto.

Vedi gente passare, vite che scorrono.

 Chi va di corsa e lo vedi affannarsi spintonandosi tra la gente; chi si incastra con la propria macchina nel caos del traffico, lo senti scalpitare, e ti chiedi se, per un istante, sia uscito dalla propria persona per immedesimarsi in un pezzettino di lego; mamme che trascinano piccoli e buffi pupetti per la mano; piccoli e buffi pupetti che trascinano mamme per la mano.

 Una vecchina con occhio ovattato ma vigile che segue il marciapiede, si scruta intorno. Lo vedi come si possa sentire una piccola e paziente lumaca in una foresta di cavallette.

Ecco.

Io nel mio piccolo terrazzino al primo piano di un grande e lungo condominio nella periferia di Roma, sdraiata sul mio divanetto colorato, mi sento proprio come quella vecchina se guardo in basso.

E se poi mi abbasso e riguardo in alto la sensazione svanisce.

 

   Di sera poi e’ ancora più divertente, perché, dopo lo stress di una giornata in cui non hai fatto altro che saltellare di qua e di là, sdraiarsi con la schiena a contatto con il freddo del pavimento a guardare le stelle,diventa il miglior momento. Quello per cui è valsa la pena ogni cosa e ogni sforzo. Magari in una di quelle limpide serate d’estate…

Mi ricordo quando lo facevo insieme a lui.

Nulla, e dico nulla, proprio nulla era così completo come quando condividevo la mia terrazza con lui: né la migliore delle feste di laurea che gonfio di cuba libre lieviti verso casa alle sei del mattino con il cinguettio degli uccellini che ti ricordano che esisti, né la migliore delle serate reggae in cui overdose frullate di birra e erba ti fanno sentire sorella della ragazza del tuo ex. Nulla.

La mia testa appoggiata sulle sue gambe distese era un momento di intimo conforto, come quando ero piccola e aprivo gli occhi sentendo il profumo del latte con i biscotti che mamma mi portava a letto.

Si chiacchierava dell’accaduto durante la giornata, del mondo, del vicino di casa, di pettegolezzi.

Storie finite o appena cominciate.

Si parlava delle rivoluzioni, di quelle nel mondo, di quelle dentro noi stessi, di quelle utopiche, di quelle dette tanto per dire. Di altre, dette tanto per ridere.

Eravamo giovani, lo siamo ancora. Lo saremo per sempre se vogliamo, ma lì lo eravamo di più.

Vorrei prendere per mano quella ragazza che ero, orientarla, indicarle la via, quella che ora, riguardando all’indietro, dall’esterno, dall’alto, considero la più giusta.

 

    Era un lunedì mattina quando ci siamo conosciuti. Era tra i banchi di scuola.

Ormai sono passati più di cinque anni da quel giorno.

Io ero fidanzata, se così si può dire.

Dell’amore già innamorata, ma, ingenuamente distaccata dal suo vero significato.

 Repressa, da un contorno sociale che non mi lasciava uscire dal letargo dei miei sedici anni.

Non contemplavo le stelle, erano ancora invisibili al mio piccolo mondo.

Aveva cambiato più scuole, così il preside lo introdusse durante una delle classiche, ormai diventate storiche lezioni di greco. E di quelle scuole poi ne sentii parlare così tanto, che ancora adesso ne ricordo i particolari. Tutte facenti parte di quel circolo medio borghese da sempre pronto, fin dai primi passi del tuo cammino lungo la storia, a catapultarti a testa in giu. E io?

 Be’ io mi trovavo proprio nel bel mezzo dell’apice del suo percorso.

Io che nella mia vita per paura o abitudine non mi ero mai permessa di cambiare nulla, neanche la marca di sapone intimo.

Con le gambe incrociate sotto il banco, lo osservavo.

Strade parallele che si incrociano, così e’ la vita.

Una serie di sguardi maliziosi irrompevano nell’aria.

 Ricordo il gesto di Chiara, mia compagna di banco e di vita, nel lasciare strusciare fugacemente la sua smemo sotto ai miei occhi, un tuffo dove l’acqua è più blu, niente di più

 

   Da quel giorno la mia vita è cambiata.

 Non più mini gonna e tacchi a spillo per sfondare nella società ma, appollaiata sul balcone, con lui, ogni sera. Per guardare il mondo dall’esterno, dall’alto, da fuori.

 Per comprendere il mio ruolo al suo interno.

   “Credi che la profondità delle persone sia dovuta dalla leggerezza delle azioni semplici?” gli chiesi un giorno con lo sguardo incantato verso il vuoto caos sotto di me. Lui mi sorrise, e quella risposta fu la più completa.

 

   Basta poco, uno sguardo, una carezza, un gesto. Fai un sorriso, e immediatamente te ne verrà regalato un altro.

 

 Questo una sera stavamo leggendo su un libro tibetano, la filosofia più palesemente di moda tra la nostra generazione.

Una generazione in cerca di un io. Una generazione in cerca di un Dio.

  Amavamo leggere ad alta voce la sera, insieme abbracciati, mettendo da parte i problemi del mondo sotto di noi; al piano sotto di noi.

Io privilegiavo i racconti di Banana Yoshimoto, lui i classici greci.

Noi eravamo il palco, le stelle il pubblico, la luna l’occhio di bue che ci illuminava. Attori, ma padroni di un mondo che ancora vivevamo solo come spettatori.

 Spettatori si, ma rigorosamente in prima fila.

    In bilico sulla grata del mio terrazzo gli urlavo: “Mi fai volare?!”

Scherzando lui faceva finta di spingermi di sotto.

“dai fammi volare”

“e dai vola!” sembrava mi sfidasse.

E con una vocina da bambina piccola e indifesa:

“Ma come faccio da sola se tu non mi aiuti?”

“Va bene io ti spingo, poi però sei tu che devi volare”.

Io in piedi, gambe unite e braccia aperte, nell’equilibrio della mia innocenza.

 

    Quella e’ stata la prima volta che mi sono innamorata.

Oggi mi ritrovo ad aver paura di quelli che dicono che si ama solo una volta nella vita; che la mela ha una perfetta metà, tutto il resto solo le si avvicina.

E’ angosciante pensare che in quel caso, io sarei già seriamente compromessa.

Perché il destino ha vinto la sfida contro di noi, e così ci ha divisi.

   Eravamo giovani, lo siamo ancora, lo saremo per sempre se vogliamo, ma in quel momento lo eravamo di più.

 La necessità di sfruttare ogni esperienza che si presenta nel proprio cammino verso il futuro porta a non fermare nulla e a perdere le cose importanti.

Bisogna fare delle scelte nella vita, che obbligatoriamente comportano anche dei limiti.

E così, le nostre strade sono tornate ad essere parallele.

   “Voglio godermela questa vita. Voglio divertirmi. Voglio spaccare tutto.”

 Sapevo che intendeva. “Sto perdendo il mio tempo, non ti amo più”.

     Chissà come sia possibile se si può amare solo una volta nella vita.

 Le stelle spettatrici piangevano di fronte a noi, la luna aveva perso la voglia di illuminarci e quel balcone, sempre tanto amato, in quel momento mi sembrava solo un trampolino di lancio verso il vuoto.

Quando si è giovani tutto è più complicato, perché le delusioni che la vita ti regala ancora hanno bussato troppe poco volte alla tua porta, perché i sentimenti ti travolgono e per quanto tu ti possa sentire forte non sei altro che un moscerino e non ti  rendi conto che, chiunque, e’ in grado di schiacciarti in qualsiasi momento.

    Io non ero stata schiacciata. Io ero stata sotterrata viva.

Avevo vent’anni e pensavo che la mia vita in quel momento fosse terminata.

Avevo vent’anni e le mie ali si erano spezzate.

Avevo vent’anni e il sole dentro di me era diventato una lucciola che stava tirando gli ultimi sospiri.

Lui aveva rubato le chiavi del mio cuore e si era chiuso fuori.

Io, da quel momento, sul mio balcone non sono più voluta tornare.

Un vecchio libro per terra, una candela spenta e tanta, tanta polvere…

 

C’e’ una canzone che dice “Non preoccuparti perché tutte le piccole cose andranno a finire bene”.

E così sia.

  Sono passati tre anni, e per il mio divanetto colorato sicuramente più di tre uomini.

Certo, non  è la stessa cosa, ma mai niente è la stessa cosa.

Fino al mese scorso un cinese hippy allietava le mie serata raccontandomi di natura e profezie.

Prima era stato il turno del migliore amico e del vicino di casa.

Ah l’anno scorso c’era un ragazzo davvero gentile e simpatico che contemplava le stelle con me, peccato che oggi però abbia cambiato nome e si chiami Francesca. Tutto ciò cercando di tralasciare l’imbarazzante avventura con il trentacinquenne musulmano che un pomeriggio sul mio balcone riuscì a portarci anche un’altra donna.

Insomma si, alla fine di esperienze credo di averne fatte.

E quanto mi sono divertita.

 

    A gambe incrociate con la schiena sporca della polvere bianca del cemento.

Guardo in basso e vedo vite passare, la vecchina, la mamma, i pupetti.

Tutto sembra differente, ma è solo il mio sguardo che è più maturo.

Il sole dentro di me è esploso ed io emano luce.

Il cielo non mi ha voltato le spalle e Banana Yoshimoto continua ad essere la mia scrittrice preferita.

E’ solo che ho incontrato quella sorella maggiore di cui avrei avuto tanto bisogno in passato.

   Lui che fine ha fatto?

   Lui sta bene.

 Sicuramente gli manco. Credo, in fondo spero.

Ma per favore non chiedetemi se lo amo ancora, sarebbe come chiedermi se credo in Dio.

Dimenticavo, ho scoperto il segreto per imparare a volare.

Non bisogna chiedere aiuto a nessuno. Ma farlo.

Attenzione.

Evitate di cominciare dal balcone: all’inizio cadrete tantissime volte.

 

postato da: famoHPsse alle ore 23:01 | Permalink | commenti (51)
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